L Arte di Morire. Parti 1 e 2 di Sorella Assiotea
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L Arte di Morire. Parti 1 e 2 di Sorella Assiotea

 

 

 

L’ARTE DI MORIRE. PARTE 1 ( di Sorella Assiotea)

Nel Mahabharata al saggio Yudhisthira fu chiesto: «Di tutte le cose della vita, qual è la più stupefacente?» Yudhisthira rispose: «Che un uomo, vedendo gli altri morire intorno a lui, non pensi mai che anch’egli morirà».
Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più (Epicuro).
La riflessione sulla morte attraversa tutte le tradizioni filosofiche e spirituali dell’umanità. Che cosa significhi, in che cosa consista, come avvenga e soprattutto se rappresenti il passaggio ad un’altra dimensione dell’esistenza oppure comporti la cessazione definitiva della coscienza sono le domande che da sempre, da quando l’uomo ha evoluto la peculiare capacità di rappresentarsi mentalmente se stesso nel futuro, sintetizzano la radicale precarietà e la sostanziale incertezza della condizione umana.
La natura incognita della morte si porta dietro, come un’ombra, la paura: paura dell’ignoto, paura mista ad orrore per il disfacimento della carne, paura di soffrire, paura di perdere o di lasciare le persone care, paura del distacco da tutto ciò che ci appartiene e – più di ogni altra cosa – la paura della perdita irrimediabile della coscienza, quell’angoscia di morte che ci fa sobbalzare di terrore quando pensiamo alla nostra morte.
L’antropologo di origine polacca Bronislaw Malinowski vide nella paura della morte e nel sentimento di precarietà tipico dell’esistenza umana l’origine del bisogno di rassicurazione che le culture soddisfano con complessi apparati simbolici, fra i quali il principale è la religione, seguita dalla magia e dalla scienza. Certamente, la morte, resa tangibile e presente alla coscienza mediante la riflessione e la meditazione o espunta dal proprio sguardo interiore come un tabù, nell’irrazionale tentativo di esorcizzarla, costituisce comunque un oggetto ineludibile e insieme una potente spinta più o meno consapevole all’azione, alla creazione e alle scelte esistenziali: si pensi, fra le mille altre possibilità, alle polizze assicurative, alla vocazione religiosa, al lifting o ai monumenti funerari che nelle società statali tradizionali rappresentavano con enorme potenza simbolica ed evocativa il potere dei sovrani e della casta sacerdotale.
Oggi potremmo dire, con gli storici Philippe Ariès e Michel Vovelle , che, dopo la rivoluzione sessuale, la morte è l’ultimo vero tabù, l’ultima realtà veramente oscena e innominabile, e che molta parte delle nostre vite frenetiche e senza scopo costituisce un incessante tentativo di scongiurarne la temibile incombenza. La scienza, ancora vincolata in molti ambiti al paradigma materialista – ormai vecchio e anche abbastanza rozzo - di matrice positivista, sembra aver preso il posto della religione e della magia nella rivendicazione di un’autorità indiscutibile su questioni tutt’altro che empiricamente provate e assodate, come il rapporto causale fra cervello e coscienza, sul destino della coscienza nella morte, sulla natura della coscienza e del suo rapporto con il corpo.
Come ebbe a dire Carl Gustav Jung , «Tutto il Medio Evo e così il mondo antico e in genere l’umanità intera fin dalle sue origini, era partito dalla convinzione che esistesse un’anima sostanziale. Solo a metà del secolo XIX si venne costituendo una psicologia “senz’anima”. Sotto l’influsso del materialismo scientifico tutto ciò che non poteva essere visto con gli occhi o toccato con le mani apparve incerto, e anzi fu messo in dubbio, come sospetto di metafisica. “Scientifico” e quindi accetto senz’altro rimaneva solo ciò a cui si poteva riconoscere carattere materiale o che poteva essere ricondotto a cause percettibili con i nostri sensi. La fede nella sostanzialità di ciò che è spirituale cedette lentamente alla nuova persuasione che veniva sempre più affermandosi: quella della essenziale sostanzialità di ciò che è fisico; finché, dopo quasi quattro secoli, i pensatori e gli scienziati europei di punta giunsero a concepire lo spirito come del tutto dipendente dalla materia e da cause materiali [...] Nulla vieta alla speculazione intellettuale di considerare la psiche come un fenomeno chimico complesso e perciò in ultima analisi, come un gioco di elettroni, oppure di spiegare l'indeterminazione al livello atomico con l'ipotesi di una vita spirituale.
Ma intanto una sostituzione della metafisica dello spirito con una metafisica della materia produce come effetto che ogni trascendenza si tramuta in immanenza: cause, fini e valori vengono ricercati e posti entro la stessa sfera del mondo empirico; nella sua ingenuità l'intelletto umano ha l'impressione che il mondo interiore invisibile si faccia mondo esterno visibile, e soltanto i cosiddetti fatti conservino il loro valore"».
Da queste considerazioni introduttive e ovviamente sommarie, prenderà le mosse una riflessione che si snoderà in diverse puntate su questo sito, seguendo un percorso aperto, provvisorio e non preordinato, su alcune tematiche di frontiera sul tema della morte – di frontiera in tre sensi: perché trasversali a discipline diverse, perché controverse e perché situate al limite dell’empirico, in una zona sottile e non definibile nella quale si toccano e si confrontano scienze, filosofia, letteratura, mitologia, spiritualità e religione. A questa discussione sono invitati tutti coloro che intendono contribuire con proprie considerazioni e riflessioni, purché pertinenti.
Lungi dal fornire delle risposte, questo percorso proverà a porre delle domande e a esplorare alcune ipotesi teoriche:
• Si può studiare con metodo empirico il fenomeno della morte?
• Che cosa sappiamo dalla letteratura, dalle tradizioni spirituali, dalla riflessione filosofica e dalla ricerca scientifica sulla morte?
• Che cos’è la coscienza? Come possiamo studiarla?
• Quale rapporto c’è fra cervello (o corpo) e coscienza?
• Quali teorie sono state elaborate in ambito filosofico sul rapporto fra mente e corpo (o fra coscienza e cervello)?
• Che cosa sappiamo o possiamo ipotizzare della morte dalle esperienze di pre-morte (NDE, Near Death Experiences)?
• Come possono essere interpretate le testimonianze di persone che raccontano di particolari esperienze o stati di coscienza vissuti in concomitanza con la morte di una persona cara?
• Come si può affrontare la paura della morte? Che fare di fronte alla malattia terminale propria o altrui?
Prossimo intervento: Il viaggio nell’aldilà

 

 

L’ARTE DI MORIRE. PARTE 2 ( di Sorella Assiotea)

Il viaggio nell’aldilà: un tema universale
La morte non è l’opposto della vita.
È solo una fase della vita.
La vita continua a fluire senza sosta.
(Swami Sivananda)


Il Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti (traduzione libera del titolo tibetano bar-do thos-grol, che significa ”suprema liberazione attraverso l’ascolto durante lo stato intermedio”) ci insegna che la morte è un processo  che presenta una successione di fasi. “Bardo” significa “momento di passaggio”, “stato intermedio”, “stato liminale”, ovvero la condizione transitoria in cui una fase precedente ha ceduto la sua energia al cosmo e quella successiva deve ancora manifestarsi. Il bardo del morire è quella fase intermedia fra la morte, in cui corpo e mente si dissolvono secondo un preciso ordine (dissoluzione esterna e dissoluzione interna), e la rinascita.
L’idea della morte come un passaggio o un vero e proprio viaggio della coscienza attraversa le tradizioni religiose e spirituali, i miti e la letteratura di ogni tempo e luogo. Di fondo, è diffusa l’idea che esista un aldilà e che la vita, in qualche forma, si prolunghi oltre la morte. Anche se nel parlare comune si dice che dalla morte non c’è ritorno, “in pressoché tutte le culture, si sono raccontate storie di un viaggio in un altro mondo, nel quale un eroe, uno sciamano, un profeta, un re, o un semplice mortale passa attraverso i cancelli della morte e ritorna con un messaggio per i vivi” (Carol Zaleski, Otherworld Journeys. Accounts of Near-Death Experience in Medieval and Modern Times, Oxford University Press, New York 1987).
Le forme che può assumere il viaggio in altri mondi sono principalmente tre:

  1. La discesa nel mondo sotterraneo, agli inferi, spesso associata all’incontro con le ombre dei defunti e all’apprendimento di segreti;
  2. L’ascesa ai mondi spirituali e alle sfere celesti, spesso associata alla morte iniziatica e alla rinascita e accompagnata da stati di estasi, di rapimento mistico, di consacrazione reale o profetica;
  3. Il viaggio fantastico e mitico, spesso avventuroso e ai confini del mondo, dove si incontrano luoghi e personaggi inconsueti e misteriosi, prodigi, mostri, fantasmi, demoni e angeli.

Da questi tre tipi principali derivano numerose forme miste e infinite espressioni letterarie, artistiche, mitiche, drammatiche, rituali, poetiche, allegoriche e perfino satiriche. Troviamo la discesa agli inferi e l’ascesa al cielo, per esempio, nelle tradizioni sciamaniche di tutti i continenti, nei poemi mesopotamici (come La discesa di Inanna o L’epopea di Gilgamesh), nei testi egizi (tra i quali Il libro egiziano dei morti), nella mitologia greca e nelle tradizioni misteriche e soteriologiche mediterranee  (come nei miti di Demetra, di Persefone, di Eracle, di Dioniso, di Orfeo, di Iside e di Mitra), nei poemi di Omero e di Virgilio (dove Ulisse ed Enea discendono nell’Ade), nello gnosticismo, in Platone (nel decimo libro della Repubblica), nella letteratura apocalittica ebraica e cristiana (di cui sono esempio il viaggio celeste di Enoch, narrato in Genesi 5, 21-23 e nell’apocrifo Libro di Enoch o il misticismo Merkavah e la narrativa Chassidica), nello Zoroastrismo (il viaggio di Arda Viraz), nella letteratura islamica (l’ascesa al cielo di Maometto con l’arcangelo Gabriele), cinese (il viaggio di Lao Tsu), indiana (come nelle Katha Upanishad) e tibetana (Il libro tibetano dei morti), nella Divina Commedia, nella letteratura medioevale (dove gli esempi pre-danteschi abbondano in ambito religioso, sul modello dell’Apostolo Paolo elevato al terzo cielo). Il viaggio ai confini del mondo è rappresentato da Ulisse, San Brendano, Sir John de Mandeville, Marco Polo, Cristoforo Colombo, Ponce de León ecc.
Ci sono però anche ai nostri giorni racconti e testimonianze di un viaggio nell’aldilà. Non si tratta di resoconti letterari o di travestimenti simbolici di itinerari spirituali e iniziatici, ma di testimonianze personali, di esperienze vissute e narrate da individui di tutte le età, le nazionalità e le fedi, che sono giunti sulla soglia della morte, hanno vissuto la propria morte, hanno fatto un’esperienza ineffabile e sono tornati indietro profondamente trasformati. Nemmeno queste testimonianze sono nuove: le troviamo nella tarda antichità e nel Medioevo, tendono a regredire durante la Riforma protestante, fra ‘500 e ‘700 (ma non senza rilevanti esempi, come lo straordinario caso dello scienziato, teologo e veggente svedese Emanuel Swedenborg, che colpì profondamente un intelletto rigoroso e lucido come quello di Immanuel Kant) e ricompaiono massicciamente nell’Ottocento con i movimenti evangelici e con lo spiritismo. Ma solo dalla seconda metà del Novecento questi resoconti cominciano a venire studiati in modo sistematico e con metodo scientifico. Il libro che dà inizio ad un intero campo di ricerche oggi vivacissimo è il best-seller del 1975 La vita oltre la vita (Life After Life) del medico e psicologo statunitense Raymond Moody, che chiama queste esperienze di confine Near-Death Experience (NDE), ovvero esperienze di pre-morte (o di quasi-morte).
Un’esperienza di quasi-morte (traduzione più corretta, perché la soglia definitiva non viene in effetti oltrepassata) è “il resoconto (riferito) di tutte le impressioni prodottesi durante uno speciale stato di coscienza, che include alcuni elementi specifici come la visione di un tunnel, di una luce, di una rassegna panoramica della propria vita, di persone defunte, o della propria rianimazione. Questo stato di coscienza speciale può verificarsi durante un arresto cardiaco, ovvero durante un periodo di morte clinica, ma anche nel corso di una grave malattia o senza alcuna apparente causa medica. L’esperienza quasi sempre apporta cambiamenti fondamentali e durevoli negli atteggiamenti delle persone verso la vita e alla cessazione della paura della morte” (Pim Van Lommel, Consciousness Beyond Life. The Science of the Near-Death Experience, Harper Collins, New York 2007).
L’esperienza si produce quindi o in situazioni di danno fisico grave (arresto cardiaco, grave incidente, ipotermia, emorragia, annegamento, malattia terminale, elettrocuzione ecc.) o in situazioni di assenza di danno fisico (spavento per un mancato incidente mortale, meditazione, depressione, contatto con la natura, uso di particolari sostanze allucinogene ecc.). Possono verificarsi a qualunque età e in qualunque tipo di persona, indipendentemente da fattori culturali, sociali o religiosi. Secondo un sondaggio Gallup condotto negli Stati Uniti qualche anno fa, riguardano il 4-5% della popolazione totale: un numero, quindi, assai consistente di persone.
Il dottor Raymond Moody (1975) descrive 12 elementi di una NDE, non tutti sempre presenti, ma disposti secondo un ordine abbastanza costante:

    • Ineffabilità dell’esperienza
    • Pace ed assenza di sofferenza
    • Consapevolezza di essere morto, talvolta seguita da un rumore
    • Fuoriuscita dal corpo (OBE, Out of Body Experience)
    • Uno spazio scuro, che spesso si presenta come un tunnel, attraverso il quale si ascende rapidamente verso l’alto
    • La percezione di un ambiente non terreno straordinariamente piacevole
    • Incontro con i propri cari defunti 
    • Esperienza di una luce brillante e di esseri di luce; di un amore incondizionato e di una conoscenza sconfinata
    • Il bilancio della vita (life review)
    • La previsione del futuro; assenza di tempo e di spazio; possibilità di recarsi ovunque istantaneamente
    • La percezione di una barriera o di un divieto a proseguire, a cui si deve obbedire o di fronte a cui si può scegliere se tornare indietro o no
    • Il ritorno al corpo (con disappunto); una trasformazione psico-emozionale profonda e duratura.

Non tutte le persone che riferiscono una NDE ne hanno effettivamente vissute tutte le fasi. Un’esperienza completa è rara. Di solito, vengono vissuti alcuni degli aspetti elencati da Moody, ma è rilevante osservare che, qualunque sia il numero di tali aspetti, essi si succedono approssimativamente secondo questo ordine, consentendo così di avere un’idea abbastanza precisa del grado di profondità dell’esperienza vissuta.
Negli interventi che seguiranno approfondiremo i contenuti dell’esperienza e le possibili interpretazioni del fenomeno. Proveremo anche a confrontarle con altre esperienze simili, testimoniate in diverse culture e in numerosi testi letterari, religiosi e più genericamente spirituali, nonché nella letteratura scientifica.
Prossimo argomento: Le NDE: contenuti e aspetti problematici.
SOROR ASSIOTEA

 

 

LE SORELLE E I FRATELLI DI GRANDE ORIENTE DEMOCRATICO (www.grandeorientedemocratico.com)

[ Articolo del 23 febbraio-1 marzo 2017 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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