I massoni progressisti Paul Krugman e Joseph Eugene Stiglitz a proposito della disuguaglianza
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I massoni progressisti Paul Krugman e Joseph Eugene Stiglitz a proposito della disuguaglianza

 

 

 

 

Lo sappiamo che al Fratello Krugman – molto discreto sul punto – non piace che venga sbandierata la sua cifra latomistica ma, si sa, dalle parti di GOD siamo un po’ anarcoidi e sfrontati…
Idem dicasi per il Fratello Stiglitz.
Come che sia, del massone progressista Krugman Il Sole 24 Ore ha pubblicato in data 15 marzo 2014 un articolo poi rilanciato da Micromega in

“Stati Uniti, la disuguaglianza al centro del dibattito”, articolo by Paul Krugman riprodotto il 15 marzo 2014 per MICROMEGA (clicca per leggere).

Riportiamo per intero il testo:

 

“All'improvviso, o almeno così sembra, la disuguaglianza è diventata un tema centrale nella coscienza dei cittadini, e né l'1 per cento né i suoi fidati difensori sembrano sapere come gestire il problema.
Alcune reazioni sono semplicemente folli - «è la notte dei cristalli», «vogliono ammazzarci tutti» - e la follia è parecchio diffusa: basta guardare quanti miliardari (più, ovviamente, il Wall Street Journal) hanno sottoscritto le dichiarazioni di Tom Perkins, che a gennaio, in una lettera al direttore del Wall Street Journal ha paragonato le critiche dell'opinione pubblica verso l'1 per cento agli attacchi nazisti contro gli ebrei.
Ma anche le voci all'apparenza più sensate fanno palesemente una gran fatica ad accettare l'idea che qualcuno possa trovare il capitalismo finanziario del XXI secolo un po'... come dire ... ingiusto?
Facciamo un esempio, un editoriale pubblicato il 1° marzo sul New York Times a firma di Arthur Brooks, il presidente dell'American Enterprise Institute, un think tank della destra. Brooks è profondamente preoccupato dal mutamento dell'umore popolare nei confronti della ricchezza: «Secondo i sondaggi del Pew, la percentuale di americani che ritiene che "quasi tutti quelli che vogliono migliorare la loro condizione possono riuscirci se si impegnano a sufficienza" è scesa di 14 punti dal 2000 circa a oggi. Ancora nel 2007 da un sondaggio Gallup risultava che il 70 per cento delle persone era soddisfatto delle opportunità di migliorare la propria condizione impegnandosi a fondo, mentre la percentuale di insoddisfatti era soltanto del 29 per cento. Oggi il divario si è ridotto a un 54 per cento di soddisfatti e un 45 per cento di insoddisfatti. Nel giro di pochi anni siamo passati dal vedere la nostra economia come l'incarnazione della meritocrazia a vederla come qualcosa di assimilabile al lancio di una moneta».
E qual è la ragione di questo colossale spostamento degli umori della popolazione, secondo Brooks? Di sicuro deve avere a che fare con la crescente invidia nei confronti dei ricchi, che è una cosa orribile.
Ma che c'entra l'invidia con i sondaggi che cita Brooks? Se la gente dice che non crede più che l'impegno sia ricompensato, non sta dicendo che invidia i ricchi, sta dicendo che non crede più che l'impegno sia ricompensato. E se prova sentimenti negativi verso l'1 per cento, l'emozione in ballo non è l'invidia, ma la rabbia, che è qualcosa di completamente diverso. L'invidia è quando provi sentimenti negativi verso i ricchi per quello che hanno; la rabbia è quando provi sentimenti negativi verso i ricchi per quello che fanno.
Pensateci un attimo: le proteste di Occupy Wall Street sono incentrate su come vive l'1 per cento? I giornalisti d'assalto sono ossessionati dallo stile di vita dei ricchi? Sì, sappiamo tutti degli sfarzi dell'ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, ma più che il lusso a fare notizia, in quel caso, era l'idiozia di un accessorio simile. In realtà, se consideriamo fino a che punto la vita delle superélite ormai si discosta da quella dell'americano comune, c'è da stupirsi che sui mezzi di informazione si trovino così poche descrizioni salaci delle feste a Beverly Hills e negli altri sobborghi extralusso del Paese.
No, quello che veramente suscita lo sdegno dei cittadini è la percezione che molti dei ricchi non si sono meritati veramente la loro posizione, che sono diventati ricchi a spese del resto dell'America.
E che cosa è successo, dal 2007 a oggi, che può spiegare questo cambiamento di opinione? Chissà, forse tutti quegli stramiliardari dello 0,01 per cento che non facevano che raccontare ai quattro venti che lavoro meraviglioso facevano, ma che alla fine ci hanno trascinati in una crisi finanziaria catastrofica? O tutti quei personaggi in vista e ammiratissimi che ci garantivano che Wall Street stava facendo un ottimo lavoro, ma che alla fine si è scoperto non avevano la più pallida idea di quello di cui stavano parlando?
O magari ancora il fatto straordinario che da quando è scoppiata la crisi i profitti sono schizzati alle stelle mentre i redditi dei lavoratori sono rimasti fermi al palo?
La gente non è invidiosa, è arrabbiata. E ha ragione di esserlo.”

 

Per parte sua, Joseph Stiglitz pubblicava due anni fa The Price of Inequality: How Today's Divided Society Endangers Our Future, W.W. Norton & Company, New York 2012, tradotto in italiano come Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013.

Su questo libro è utile leggere le seguenti recensioni:

 

Joseph Stiglitz  è un economista che viene classificato dai media come “economista eterodosso” ed è per questo che molti si stupirono quando gli fu assegnato il “Premio Nobel per l’economia” nel 2001. Bisogna sapere che il “Premio Nobel per l’economia” non è fra i premi Nobel classici, bensì è una “usurpazione” del nome di Nobel (contrastata dalla stessa famiglia Nobel) da parte della Banca Centrale di Svezia che nulla ha a che fare con il meccanismo dei veri Nobel (cfr. l’articolo di Francesco Sylos Labini “Il premio Nobel per l’economia è un furto”) . Le Banche Centrali dei singoli Stati europei, e quella svedese non fa eccezione, come anche la Banca Centrale Europea sono gestite in modo quasi esclusivo da economisti la cui preparazione culturale e ideologica si rifà al liberismo e alla cultura economica “ortodossa”, cioè quella neoclassica, che, come vedremo, è ben lontana se non addirittura opposta al pensiero di Stiglitz. Quindi difficile capire che cosa portò a dare tale premio a Stiglitz, salvo il fatto che gli fu conferito ex aequo con altri due economisti ortodossi.
Certamente il ricevere questo premio portò Stiglitz a essere maggiormente conosciuto, non tanto nell’accademia europea, quanto dai mass media europei, come economista che rappresentava le idee di coloro che si opponevano alle politiche liberiste nazionali e internazionali.
Il libro di cui parliamo è un testo incentrato sulla realtà statunitense ma essa, rappresentando un esempio estremo di come si è andato strutturando il sistema capitalistico, può essere di aiuto per analizzare la realtà europea e italiana, che per certi aspetti passivamente si adegua a quanto avviene negli Stati Uniti. Il tema del libro è dei più importanti e discussi sin dalla nascita dell’economia politica nel ‘700: la disuguaglianza è un fenomeno che aumenta o diminuisce la capacità di crescita del sistema capitalistico? Le risposte a questo quesito sono state di tre differenti tipi:
a)      la disuguaglianza è un indispensabile stimolo alla crescita economica in quanto comporta un processo di concorrenza e rincorsa sia individuale che collettiva: indispensabile è pertanto l’esistenza di un mercato, interno e internazionale, completamente libero e con una ridottissima dimensione dell’intervento statale;
b)     la disuguaglianza è insita nel sistema capitalistico e indispensabile al suo funzionamento, ma nello stesso tempo è destinata, attraverso lo sviluppo di contraddizioni insanabili, a provocarne il superamento verso una società, al contrario, basata sull’uguaglianza sostanziale;
c)      la disuguaglianza, almeno a livelli elevati, contrasta la possibilità di crescita del sistema: politiche pubbliche per una sua riduzione potrebbero avvantaggiare, attraverso la crescita, sia coloro che dalla disuguaglianza sono colpiti, sia addirittura coloro che ne traggono un beneficio immediato.
La posizione di Stiglitz, ampiamente sviluppata in questo volume, è la terza, che si rifà ampiamente e in modo diretto al pensiero economico di Keynes e al pensiero politico socialdemocratico. Nel libro in questione questa linea di pensiero è sviluppata analizzando i numerosi aspetti nei quali la disuguaglianza cresce in modo talmente elevato da rappresentare un grave elemento di turbativa nel funzionamento stesso della società statunitense. I primi capitoli analizzano come e quali siano le cause dei processi che negli Stati Uniti negli ultimi anni hanno portato a un aggravamento molto rilevante della struttura della disuguaglianza a favore dei redditi più elevati. Questo aumento eccessivo e spropositato della disuguaglianza nel libro viene analizzato nei suoi effetti negativi non solo per la possibilità di crescita dell’economia statunitense, ma anche per la sua tenuta democratica del paesee per lo Stato di diritto. Il punto chiave sta naturalmente nel ruolo che lo Stato e la Banca Centrale devono avere nel loro intervento sull’economia: qui Stiglitz riprende decisamente la teoria keynesiana, quando affronta nell’ottavo capitolo il problema della gestione del deficit pubblico che, invece dell’auspicata funzione anticiclica, ha aggravato la crisi stessa. Alla stessa conclusione egli giunge, nel capitolo successivo, riguardo alla politica monetaria della Banca Centrale e al suo ruolo istituzionale e politico.
Il testo di Stiglitz rimane quasi del tutto entro i limiti della critica alla gestione economica e politica degli avvenimenti economici degli ultimi anni; soltanto nell’ultimo capitolo si accenna brevemente alla possibilità di un cambiamento della politica e dei suoi obiettivi. Questo fatto non stupisce: anche se l’analisi critica e controcorrente delle politiche sinora seguite e non esente, talvolta, da un tono dispregiativo, non è facile ricavarne indicazioni di politica economica se non in negativo, fare cioè l’opposto di quanto è stato fatto. Ma riuscire a capire chi e perché dovrebbe farlo è molto difficile, specialmente in una situazione politica come quella statunitense in cui ogni cambiamento è stato gestito e diretto da un coacervo di interessi economici, politici, militari e ideologici ben lontani da una aperto confronto democratico.
È utile quest’analisi anche per una comprensione delle cause e degli effetti dell’aggravamento della crisi economica in Europa e in Italia? Benché molte cose siano comprensibili solo se riferite alla situazione politica e sociale statunitense, credo che alcuni rilievi critici possano essere efficaci anche per la nostra realtà. In particolare mi riferisco a due aspetti: alla guida ideologica liberista che ha caratterizzato la politica europea gestita quasi esclusivamente dalla Banca Centrale Europea, e alla gestione della spesa e deficit pubblico che in Italia ha portato la follia dei liberisti di tutte le forze politiche a inserire l’obbligo del pareggio di bilancio addirittura nella Costituzione.
Infine, un’ultima notazione: sebbene il libro abbia un linguaggio un po’ tecnico e tratti argomenti complessi di carattere economico che si sviluppano per quasi 500 pagine, nel testo non è riportata alcuna tabella o grafico. Anche se si fa ampio riferimento ad altri studi che dati e tabelle riportano e discutono, questo fatto sorprenderà non poco, specialmente il lettore più specializzato, ma forse potrà sorprendere anche il lettore “generico”. In effetti, a mio avviso, l’idea che grafici e numeri allontanino lettori e che sia possibile con parole semplici illustrare problemi complessi potrebbe avere l’effetto opposto e indurre a considerare come libro prevalentemente politico e ideologico quello che invece utilizza un’analisi approfondita e accurata per esprimere le proprie idee.

Paolo Palazzi


 
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La disuguaglianza uccide la crescita,
ecco la dimostrazione di Stiglitz

Se la ricchezza si concentra in poche mani la crisi è inevitabile, come negli anni Trenta. Il teorema del premio Nobel dimostra come disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolino la crescita e frenino il Pil 
di ROBERTO PETRINI

ROMA - E' la diseguaglianza il vero killer del Pil. Nei paesi dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri il Prodotto interno lordo segna il passo e, a volte precipita. Nelle nazioni dove si estende una grande middle class si affaccia invece la prosperità. Il premio Nobel Joseph Stiglitz rompe gli indugi e formalizza in un vero e proprio teorema, come egli stesso lo definisce, la sintesi degli studi che conduce da anni.
Il teorema di Stiglitz dal fronte keynesiano getta una bomba oltre le trincee liberiste. Si fonda sul meccanismo di quella che gli economisti chiamano "propensione al consumo": i ricchi ce l'hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E' invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.
La prova? Il grafico di Stiglitz è inattaccabile: quando i ricchi (ovvero l'1 per cento più ricco della popolazione) si è appropriano del 25 per cento del reddito scoppia la "bomba atomica economica". E' successo con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo. Altro che teorie liberiste che hanno segnato gli ultimi trent'anni: "Gli apologeti della diseguaglianza sostengono che dare più soldi ai più ricchi  -  scrive Stiglitz nella sua relazione  -  sarà un vantaggio per tutti, perché porterebbe ad una maggiore crescita. Si tratta di una idea chiamata "trickle-down economics" (economia dell'effetto a cascata). Essa ha un lungo pedigree e da tempo è stata screditata".

L'occasione per presentare gli straordinari risultati delle ricerche di Stiglitz in una sorta di anteprima mondiale, è il convegno organizzato a Roma dalla Sieds (la Società italiana di economia, demografia e statistica), cominciato ieri, dove il premio Nobel invierà le considerazioni conclusive, scritte a quattro mani, con il suo più stretto collaboratore italiano dell'Università Politecnica delle Marche, Mauro Gallegati.
Così il mainstream va nell'angolo. Il teorema è chiaro e lucido come una formula chimica o una relazione fisica: se l'indice di Gini (ovvero l'indicatore di diseguaglianza inventato da un economista italiano, appunto Corrado Gini) aumenta, dunque aumenta la diseguaglianza, il "moltiplicatore" degli investimenti diminuisce e dunque il Pil frena.
L'equazione di Stiglitz rischia di essere il terzo colpo agli assunti della teoria economica dominante ormai vacillanti. Il primo è stato nei mesi scorsi quello che ha messo in crisi il "dogma" dell'austerità: l'Fmi ha infatti calcolato che il taglio del deficit di 1 può ridurre il Pil di 2 e non solo  -  come si credeva fino ad oggi  -  di mezzo punto. L'altro colpo mancino è stato quello che ha smontato, smascherando un errore "Excel", la teoria del debito di  Rogoff e Reinhard secondo la quale oltre il 90 per cento nel rapporto con il Pil porta inevitabilmente alla recessione.
Ma il nuovo assalto di Stiglitz rischia di essere ancora più pericoloso rispetto alle tesi dello status quo economico. La diseguaglianza infatti per il premio Nobel, fiacca fino ad uccidere il Pil, non solo per via della caduta dei consumi ma anche perché il sistema è "inefficiente" se prevalgono rendite e monopoli. "Spesso la caccia alla rendita - concludono Stiglitz e Gallegati - comporta un vero spreco di risorse che riduce la produttività e il benessere del paese". 

 

Ecco, tanto per ribadire che presso Massoni Progressisti come Krugman e Stiglitz permane intatta la cognizione che non si dà vera Libertà, Fratellanza e Democrazia fra gli esseri umani, se non sussiste anche il diritto all’Uguaglianza.
Un diritto che, fra le varie cose, non implica il fatto di livellare tutte le fortune e le ricchezze, annullare la libera espressione dell’iniziativa personale e la libera ricerca del profitto e del successo, e/o rendere gli individui forzatamente uguali, ma piuttosto significa propiziare concretamente la parità delle condizioni di accesso alla mobilità sociale e ai beni disponibili, così come un minimo di prosperità economica per tutti e per ciascuno, anche se ad alcuni sarà consentito di avere di più, proporzionatamente ai propri meriti e talenti.

 

I FRATELLI DI GRANDE ORIENTE DEMOCRATICO (www.grandeoriente-democratico.com)

[ Articolo del 19 marzo 2014 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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