16 luglio 2010: I FURBETTI DEL RITINO, dal Fratello "CAVALIERE ERRANTE"
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Informiamo i frequentatori del Sito che i dibattimenti del Fratello Gioele Magaldi dinanzi alla Corte Centrale sono stati aggiornati al 25 settembre 2010.

Pubblichiamo di seguito, invece, l’ intervento di un Fratello che si firma “Cavaliere Errante”,relativo ad un altro recente fatto giudiziario massonico svoltosi nel G.O.I.
 Lo pubblichiamo, proprio in omaggio all’assoluta pluralità delle opinioni che vogliamo rappresentare su questo Sito, anche quando non coincidano- del tutto o in parte- con le nostre.
 Noi, comunque, ribadiamo assoluta solidarietà a tutti i Fratelli che vengano colpiti da tavole d’accusa o condanne pretestuose, finalizzate all’annientamento psicologico e morale di coloro che “dissentono” rispetto al regime raffiano.
Soprattutto, se non abbiamo capito male l’identità di colui al quale si riferisce il “pungente e sarcastico” Cavaliere Errante, vorremmo rivolgergli tutta la nostra amicizia e vicinanza affettiva per la squallida vicenda in cui è stato coinvolto.
 Così come vorremmo consigliargli di cambiare strategia difensiva.
 Invece di affidarsi all’improbabile “grazia” di un Potere arrogante e subdolo che mira all’abiura degli eretici e all’umiliazione degli incolpati,si ricordi che “la schiena dritta” e la “battaglia a viso aperto” sono l’unico antidoto che possa funzionare contro sistemi inquisitori come quello con cui ha dovuto e dovrà confrontarsi.
LA REDAZIONE

 

I FURBETTI DEL RITINO

del Fratello “Cavaliere Errante”

 

Raccontano le cronache che correva l’anno domini 2010 e c’era qualcuno che ancora pensava che con i soliti sistemi dei piccoli passi, dei compromessi e della vendita al primo offerente, si potesse porre rimedio agli strali disciplinari del Capo. Allora il Tapino pensò bene di rivolgersi al  sottoposto del Principe, intavolando trattative onde ammorbidire le posizioni del Capo e trovare clemenza in una giustizia che sistematicamente disarciona da cavallo qualsiasi presunto avversario che si ponga sulla sua strada. Cene, pranzi, conciliaboli, offerte di aiuto, soccorso con candidati offerti alla bisogna. Promesse di aggiustamenti e di bonari intercessioni onde evitare la cacciata.
Non contento il Tapino ed il suo amico si rivolgono al Papà Sovrano, amico del Capo, affinché anche egli interceda per appianare ogni cosa. Questi rassicura dall’alto del suo Sommo Scranno che farà brillare tutta la sua potenza a definizione della buona e santa causa. Il Tapino è rincuorato e già assapora la serenità del giudizio che a breve si dovrà tenere e il mite esito. Così avrà conciliato i favori del Capo e quelli del Papà Sovrano. Sarà rientrato nel “grande” giuoco, riscuoterà la fiducia di quelli che “contano” veramente. Non ha altri scopi che salvare la sua anima agli occhi dei “potenti”. Non gli interessa il futuro, la prospettiva dell’intera organizzazione, dare lustro ed effettiva potenza alla stessa, la gloria delle due “congreghe” cui appartiene: a lui interessa solo il suo particolare, la sua sperata gloria, il suo piccolo tornaconto. Non esita per questo a cambiare cavallo pur di non essere disarcionato, non esita ad offrire i suoi piccoli servigi pur di salvare la “pelle”. E’ umano anche per un Kadosch? Ma sì, lo è. Se non lo fosse dove andrebbe a finire la comprensione fraterna, la tolleranza, la clemenza.
Lavora, lavora, inciucia che ti inciucia si avvicina il giorno del giudizio, quello dove il “grande” disegno troverà compimento, dove la “potenza” degli amici troverà la sua realizzazione.
L’incolpato dorme sonni tranquilli, non ha che da raccogliere i frutti del suo lavoro. Nel frattempo si tiene defilato: non lo toccano elezioni od altro. Anzi, se può, offre suoi amici, all’insaputa degli ex amici, candidati alla bisogna del Capo per ingraziarsi ancora di più la clemenza di Lui.
Arrivato il giorno del giudizio, presto si delinea un vero e proprio colpo di teatro: il Capo ha mandato a sostenere l’accusa il Grande Inquisitore Aggiunto, uomo di provata fede e di sicuro affidamento. Il povero Inquisito ha con se un luminare del diritto a difenderlo e resta un po’ perplesso del fatto che forse le rassicurazioni dategli sono venute meno. Il processo si tiene e la contestazione è senza scampo: Lesa Maestà. Egli ha osato profferire frasi irriguardose verso il Capo e, cosa più grave, sono state diffuse sul mezzo elettronico. La requisitoria è degna del Grande Inquisitore Aggiunto, l’arringa del luminare, ma la “cacciata” era scontata. A quel punto, il Tapino Cavaliere si adira e minaccia sfracelli, promette di tirar fuori la mazza a palle incatenate per colpire duramente ma è probabile che offrirà solo l’altra guancia non per salvare l’Umanità ma solo se stesso.
IL CAVALIERE ERRANTE

P.S. Il racconto è di pura fantasia. Ogni riferimento a fatti e cose è meramente casuale.

 

 

 

 

 

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